Paola Bonora




Chissà perché, nella cultura occidentale, ogni volta che qualcuno incontra un drago, la storia finisce sempre allo stesso modo: arriva un santo qualsiasi del calendario, tira fuori una lancia, una spada, qualcosa di appuntito e zac, il drago è trafitto. Nessuno vuole mai parlarci o addomesticarlo. Claudio Gardenghi ha cominciato a disegnare la prima delle opere in mostra proprio da questa riflessione, dalla ferma e onesta convinzione che le storie siano piene di soluzioni frettolose. Se il drago viene sempre ucciso, perché non provare — almeno nell’arte — ad aggirare lo schema, ribaltare il mito e aprire uno spiraglio verso l’impossibile?

Ed ecco allora dieci tavole illustrate: non semplici immagini, ma sceneggiature di mondi paralleli. Bambini che cavalcano tartarughe gigantesche, un fiume che riflette qualcosa, reale oppure no? Un monaco che scende dal piedistallo stufo del mercanteggiare dei potenti di turno, lasciando il posto a un simbolico animale, un gregge di pecore che invade noncurante la piazza cittadina (ma nel sottomura successe davvero!), metafora che dice e non dice. Le sue rappresentazioni non sono fantasiose: sono probabili. Potrebbero esistere, e questa è la parte più inquietante o esilarante, a seconda dell’umore di chi le guarda.

Ferrara è protagonista silenziosa: appare e scompare, come una diva capricciosa che si lascia intravedere tra la nebbia oppure riflessa sull’acqua, e nel frattempo — da buona emiliana — non perde l’occasione di offrire un bicchiere di nostalgia a chi la guarda troppo da vicino. Il suo Castello Estense ritorna ben quattro volte, perché quel luogo ha la testardaggine dei ricordi, riemergendo sempre dalle sue acque, che lo si voglia o no. È un simbolo nel cuore della città, una cicatrice, un altare in mezzo al grigiore, una prigione o un teatro a seconda dei punti di vista.

Non è naturalmente l’unico protagonista di questa mostra fantastica: fantastica nel senso di pertinente alla fantasia, ma anche aggettivo qualificativo di una tecnica straordinaria che Claudio padroneggia da sempre con infinita pazienza.

Nato nel 1949 a Madonna Boschi, ha frequentato il Dosso Dossi e l’Accademia di Belle Arti a Bologna. Molti gli ambiti espressivi attraversati, dal rendering architettonico all’arredamento, dal design al fumetto e infine all’illustrazione, per la quale è stato più volte selezionato alla Fiera del Libro di Bologna tra il 1988 e il 2005. Ha partecipato a “The Golden Pen” of Belgrade nel 1989 e a “Paint our Birthday” Bologna per UNICEF 1991, dove ha vinto nel 1994 l’Illustrators of the Year Award. Dallo stesso anno collabora con la casa editrice Grimm Press di Taiwan e di recente ha esposto alcune sue opere alla Galleria del Carbone.

Gardenghi attraversa la città come un flâneur che viene dallo spazio, ma poi scopre che è la città ad attraversare lui. Ferrara non si limita a farsi guardare ma agisce, gli cammina incontro, gli rovescia addosso storie, tragedie, leggende, canali, nebbie, fari e romanzi di Wu Ming 1. Perché la sua è una mostra di illustrazione, certo, ma anche di geografia emotiva: ogni tavola è un luogo reale infestato da una possibilità immaginaria. Visione dopo visione scopriamo che questi disegni non parlano di fantasia, ma di ciò che la realtà non riesce più a contenere. Quando il mondo non basta, l’unica soluzione è ridisegnarlo, nel modo più definito possibile.

Benvenuti alla narrazione per visionari. Qui non si osserva soltanto: si rischia di vedere.

Eugenio Ciccone